“Mi hai cambiato la vita”: il Sitting Volley raccontato da Guido Pasciari

“Mi hai cambiato la vita”: il Sitting Volley raccontato da Guido Pasciari

Dopo aver dedicato tempo, impegno e costanza alla pallavolo, Guido Pasciari ha incontrato lungo la sua strada un nuovo amore in grado di rivoluzionargli la vita: il sitting volley.

Così come in un grande mosaico composto da tessere dalle molteplici forme, colori e sfumature, allo stesso modo, ogni persona presenta le proprie caratteristiche distintive.

Uniche.

La diversità umana si rivela dunque una ricchezza da valorizzare, non un limite.

Nel caso specifico dello sport, esso si è spesso rivelato un potente alleato nell’abbattimento delle barriere, affermandosi come strumento privilegiato per favorire la partecipazione e l’apprendimento, andando ben oltre la mera compensazione delle difficoltà.

In questa prospettiva, il sitting volley assume un ruolo di rilievo, ponendo l’accento sui valori educativi che ne sono alla base. Si propone come una disciplina capace di farsi “portavoce” di inclusione, intesa come un processo che coinvolge tutti, senza distinzioni legate alla disabilità, e che mira a valorizzare le unicità e le differenze di ciascuno.

Cos’è il sitting volley?

Il sitting volley, introdotto nei Paesi Bassi nel 1956-57, è una disciplina adattata per la pratica sportiva delle persone con disabilità. Si tratta di una pallavolo giocata stando seduti sul pavimento, con un campo ridotto e con una rete più bassa.

Una regola tassativa? Il giocatore, al momento del tocco di palla, ha l’obbligo di trovarsi con le natiche a contatto col pavimento.

Questo sport può essere praticato senza distinzione da individui con disabilità (atleti con amputazioni, paraplegie e altre limitazioni funzionali) e, al tempo stesso, da soggetti normodotati, non richiedendo l’utilizzo di attrezzature o ausili sportivi.

Ogni persona può dunque sentirsi vista, compresa e valorizzata. Mediante il movimento, il soggetto è in grado di raccontare una storia. La propria storia.

Dove? All’interno di un ambiente, come la palestra, che diviene per chi ha disabilità un ponte tra il proprio mondo interiore e quello esterno, un terreno dove sperimentare, costruire legami e scoprire il proprio potenziale. Un luogo dove la diversità non separa, ma unisce.

Il sitting volley raccontato da Guido Pasciari

Guido Pasciari è il vicepresidente del ParaVolley Europe. Lo sarà, con certezza, per il quadriennio 2023-2026.

Da dirigente federale ha preso parte a quattro Olimpiadi indoor di pallavolo e, considerando la spedizione parigina, a due Paralimpiadi. La prima di queste, «stupenda, ma vissuta in un ambiente asettico, ovattato a causa del COVID, con contatti limitati»; la seconda, un vero e proprio spot per l’intero movimento sportivo paralimpico.

Attraverso la testimonianza diretta del sig. Pasciari, noi di Fuori Dal Gioco nel corso dell’intervista esclusiva in collaborazione con Pallavolisti Brutti, abbiamo compreso a fondo le sensazioni e le emozioni provate sin dal principio dal nativo di Nola in questo nuovo, inesplorato mondo.

  1. In passato ha dichiarato che il sitting volley le ha cambiato la vita. In che modo?

«L’ho detto e continuo a ripeterlo, da quando ho conosciuto questa disciplina sportiva, la mia vita è cambiata. Io sono un vecchio allenatore di pallavolo, precisamente dal 1974. Poi, nel 2014, per puro caso, accompagnando mia figlia e mio genero a un corso per il rilascio della qualifica da allenatore di sitting, decisi di parteciparvi anch’io. Lì mi si aprì un mondo. Al tempo ero consigliere federale FIPAV; il Consiglio, dovendo istituire una Nazionale di sitting volley femminile, mi affidò l’incarico di CT di questa prima squadra. Da quel momento, è iniziata una nuova vita. Ho girato in lungo e in largo lo “Stivale” per recuperare delle atlete per formare la Nazionale, e nel maggio del 2015 si è svolto il primo collegiale assoluto per una nazionale di sitting femminile, al Centro Tecnico Federale del CONI, all’Acqua Acetosa di Roma.

Rio 2016

Devo essere sincero: dopo l’attesa per l’arrivo in campo della squadra, le otto atlete che avevo selezionato si avvicinarono a me per la prima volta e, in quell’istante, ebbi un momento di crisi, dove mi chiesi: “Cosa faccio? Resto o vado via?”. Prevalse la mia napoletanità, così decisi di rimanere. Lo scopo di quella nazionale era di centrare, nella maniera più ottimistica, la qualificazione alle Paralimpiadi di Rio 2016.

A quelle donne dissi che avremmo dovuto trovare il nostro grido di squadra: “Noi siamo qui per un sogno: andare a Rio. Dunque, il nostro urlo sarà: RIO”. Nel momento esatto dell’urlo, vidi cambiare completamente il loro volto, gli occhi e lo sguardo. Dopo due ore e mezza di allenamenti, chiesi di fare un po’ di allungamento. E loro, soprese, mi chiesero: “Abbiamo già finito?”. In quel preciso momento, capii che la mia vita sarebbe cambiata. Vedere queste donne con quell’entusiasmo, mi aprì il cuore.

Pochi mesi dopo, mi portarono in Cina per tentare la prima qualificazione alla Paralimpiade di Rio, consapevoli delle remote possibilità. Nella mia mente e nel mio cuore resteranno sempre impressi gli attimi in cui vincemmo la prima partita ufficiale di una nazionale italiana di sitting volley contro l’Egitto. Ricordo quella gara particolarmente, poiché giocammo contro ragazze che utilizzavano il velo; a fine partita decidemmo di fare una foto insieme. Quel gesto, per me, rappresenta l’esempio di inclusione ai massimi livelli: atlete disabili, di diverse religioni e culture, tutte accumunate in un abbraccio. Non dimenticherò facilmente quegli attimi».

sitting volley

Tokyo 2021

«Dopo due anni di presenza sulla panchina azzurra, mi resi conto di dover dedicare il mio tempo all’aspetto politico-organizzativo. Presi il miglior allenatore in assoluto: Amauri Ribeiro, vincitore di due medaglie d’oro alle Olimpiadi di pallavolo indoor che, al termine della sua carriera, si era concentrato sulla crescita del sitting volley brasiliano. Accettò subito. Da lì, iniziò questa favola che ci ha reso il primo sport di squadra a qualificarsi per una Paralimpiade, quella di Tokyo 2020 (2021, causa COVID) e quella di Parigi, da campionesse d’Europa in carica. In meno di dieci anni questa disciplina, al femminile, ha fatto dei passi da gigante. Solo un girone ostico, ha fatto sì che il nostro piazzamento finale fosse il 5° posto.

Parigi 2024

Le Paralimpiadi del 2024? Parigi si è presentata come ci aspettavamo. La prima gara l’abbiamo disputata contro la Francia in un palazzetto di 8000 persone, uno scenario assolutamente inusuale se rapportato all’Italia. Tutte le gare hanno sempre avuto il pienone. I francesi hanno acquisito in questi anni di preparazione, quel tipo di cultura che servirebbe molto anche in Italia. Un’organizzazione di una Paralimpiade potrebbe aiutare tantissimo la crescita del movimento sportivo italiano. Dal punto di vista tecnico? Ci siamo ritrovati in un girone di ferro, con le due finaliste delle ultime due edizioni delle Paralimpiadi: con la Francia abbiamo vinto nettamente 3-0, mentre con la Cina abbiamo subìto il confronto con atlete professioniste. La Cina, col bacino di utenze che possiede, può vantare atlete mostruose. Nonostante ciò, dopo il primo set, le ragazze hanno saputo reagire, ma non è bastato.

Contro gli USA resta il rammarico di quel secondo set che grida ancora vendetta: perdere ai vantaggi non è stato affatto piacevole. La finale 5°-6° posto con la Slovenia, invece, ha dimostrato il valore assoluto della nostra rosa a livello europeo. Proveremo ad arrivare a Los Angeles 2028, anche se qualche anno in più delle nostre atlete potrebbe non consentire loro la partecipazione alla Paralimpiade».

Ultimi progressi

Nei tornei amatoriali o nazionali di sitting volley possono partecipare nella stessa squadra atleti con e senza disabilità, mentre nelle competizioni internazionali e olimpiche possono farlo solo atleti con disabilità certificate. In futuro, però, la FIPAV, intende promuovere il sitting come vero e proprio sport inclusivo. A che punto siamo con questo cambiamento culturale?

«Come Federazione, siamo prossimi alla settima stagione dedicata ai club. Quest’anno avremo: la Serie A1, con squadre composte da due atleti VS1 (disabilità e meno abile fisicamente) e un VS2 (disabilità minima e più abile fisicamente) più tre normodotati; la Serie A2 con un VS1 e un VS2, più quattro normodotati. Da quest’anno ci sarà anche la Serie B, a cura dei Comitati Regionali di tutta Italia, alla quale si potrà partecipare liberamente».

Vorrei sottolineare come un atleta normodotato possa aiutare un atleta disabile nella crescita tecnica, ma anche come un atleta disabile possa favorire la crescita culturale di un atleta normodotato.-Guido Pasciari

«Il nostro sport è simile alla pallavolo, differisce di poco: non è permesso alzarsi in piedi e sollevare il corpo da terra; la differenza tecnica è rappresentata dal muro legale in battuta. Ritengo, inoltre, che questa disciplina sia propedeutica per l’insegnamento dei fondamentali del volley. Poi, essendo uno sport “povero” (in quanto bastano un filo di spago e un pallone per giocare), lo farei praticare nelle scuole. I bambini, oltre a divertirsi, acquisirebbero anche la giusta mentalità rispetto al mondo della disabilità».

«Nella mia scuola federale di volley, tutti i bambini di ogni età dedicano tempo alla disciplina del sitting. Specialmente i più piccoli, lo fanno coi nostri atleti disabili (nel giro della Nazionale)».

«Vi lascio questa immagine: un ragazzino di 10-11 anni che aiuta il compagno disabile, prima del match, riponendo la sua protesi in panchina o nel carrello. È difficile trovare immagini più belle di questa. In quel momento, si raggiunge realmente quello che è il nostro obiettivo: l’inclusione e il superamento di barriere, il più delle volte mentali, non solo fisiche, che ci dividono da questo mondo davvero stupendo».

Come promuovere il sitting volley nel mondo?

«C’è bisogno di un passaparola costante e continuo. Partecipare allo sport paralimpico ti apre la vita, genera opportunità che, probabilmente, quando non si è metabolizzato il lutto della disabilità, sono difficili da intravedere. Con questo passaparola, con questa fantastica Paralimpiade, trasmessa dai nostri network nazionali, io credo che davvero si possa creare un’importante rete».

«Mi chiedo perché le emittenti televisive non vengano ad ascoltare le storie di queste dodici atlete per comprendere cosa significhi per una donna essere mamma, lavoratrice, giocatrice della Nazionale Campione d’Europa e partecipante di una Paralimpiade. È inutile riprendere il discorso fra tre-quattro anni, bisogna parlarne adesso!».

Nuovi testimonial

Atlete di livello del calibro delle campionesse olimpiche come Egonu, Orro, Sylla, potrebbero incentivare la pratica di tale disciplina inclusiva?

«Le racconto una chicca: durante la stagione 2015-16, mi trovavo in ritiro con la Nazionale a Milano, al Centro Pavesi, e facemmo una partita contro l’allora Club Italia composto in buona parte della Nazionale che ha vinto l’oro olimpico. Egonu, Orro, Danesi, Spirito…tutte si sedettero a terra per giocare contro la Nazionale di sitting volley. Loro, ovviamente, avevano più difficoltà rispetto alle nostre atlete disabili che, emozionate di poter giocare col Club Italia, diedero il meglio di sé stesse.

Ritornando alla domanda iniziale, io credo che – senza polemica – lo sport di squadra spesso non sia ben visto dagli atleti disabili. Ritengo che questi abbiano più voglia di partecipare a sport individuali, anche per non confrontarsi nell’ambito della disabilità con dei compagni di squadra. Credo che sia un fattore che possa essere superato solo dalla nostra organizzazione paralimpica italiana e dal suo fantastico presidente, Luca Pancalli.

Nuove riforme?

Tanti anni fa, il CONI organizzava dei centri di avviamento allo sport nei quali giungevano ragazzini che praticavano qualsiasi sport, poi si decideva dove indirizzarli. Io mi chiedo perché questa cosa non si faccia anche a livello paralimpico. Martina Caironi (100 m) e Giada Rossi (tennistavolo), atlete medagliate, prima di subire l’amputazione, giocavano a pallavolo. Al tempo, scelsero altre discipline pur di praticare sport.

Ora entro a gamba tesa: vi sono centri a livello internazionale per il recupero delle disabilità dovute al lavoro, dove questi atleti vengono indirizzati verso il mondo dello sport. Stranamente (sarcastico N.d.R.), questi vengono orientati verso discipline che necessitano dell’utilizzo di ausili: carrozzine, archi particolari, barche adatte per la vela. E il sitting volley? Basta un filo di spago e un pallone...Una protesi da passeggio costa 70.000 euro, figuratevi quella per gareggiare. È un fatto di cultura generale del nostro bel Paese, dove anche sui disabili si prova a speculare».

Meno parole, più fatti

Vorrebbe lanciare un appello?

«Vorrei pregare le persone che hanno parlato di recente di inclusione, superamento delle barriere e di leggi per i disabili, di non farlo solo ogni quattro anni. Perché coloro che operano umilmente, quotidianamente, come me, in questo mondo vorrebbero farlo senza trovare delle barriere fisiche (es. un montascale per consentire l’ingresso al disabile in carrozzina in una palestra) e mentali.

La mia squadra è Campione d’Italia da cinque anni. Giochiamo in una piccola palestra, che presenta all’ingresso uno striscione: “Nola città dell’inclusione”. Una frase bella, scritta bene. Ma, all’interno della struttura, non vi è presente un bagno adatto ai disabili. Invece di parlare, operiamo!».

Un messaggio alle persone con disabilità?

«Alle persone con disabilità, di qualsiasi età, dico: “Uscite di casa e andate in una palestra, in una pista di atletica, qualsiasi parte purché facciate sport”. Così si favorisce la socializzazione. Ragazzini autistici, con la sindrome di Down, devono essere avviati alla pratica sportiva. Altro che metterli tutti insiemi, come suggerisce qualche politico italiano, e tornare indietro di 60 anni. Devono sentirsi liberi insieme ai loro pari età, ai loro amici e fare ciò che rientra nelle loro possibilità. Non dovranno diventare tutti campioni paralimpici».

Un esempio da seguire

«Ho incontrato nuovamente una persona conosciuta a Tokyo. Si tratta di un giocatore di tennistavolo, senza arti superiori (Ibrahim Hamato N.d.R.) che, per giocare, posiziona la racchetta tra i denti e lancia la pallina con le due dita del piede.

Ho assistito a gare composte da nuotatori senza braccia o senza gambe, ciclisti senza gambe e molti altri ancora. Come ha fatto quella persona solo a immaginare di poter praticare questo genere di sport con una racchetta in bocca? Posso garantire che, quando lui batte, la pallina, con l’effetto impresso, diventa imprendibile per l’avversario.

Guardiamole queste immagini, per iniziare a comprendere quali siano le reali difficoltà. Queste persone compiono sacrifici. Sono atleti che possono, e dovrebbero, diventare modello per tutti».

sitting volley
Ibrahim Hamato